Nel cuore delle Marche, in una valle silenziosa e avvolta dal verde, sorgeva un’antica abbazia. L’Abbazia di San Verecondo a Vallingegno, con le sue mura austere e i suoi archi romanici, era un luogo di pace e contemplazione. Ma per comprendere appieno il fascino e il mistero di questo luogo, bisognava conoscere la storia del santo che le aveva dato il nome: San Verecondo.
La leggenda
Capitolo I – L’uomo
Verecondo nacque durante l’epoca tumultuosa dell’Impero Romano, in un piccolo villaggio ai margini delle colline marchigiane. Figlio di un soldato e di una donna devota agli antichi dèi, Verecondo crebbe imparando l’arte della guerra e le tradizioni della sua terra. Tuttavia, il giovane sentiva che il mondo aveva da offrire qualcosa di più del clangore delle spade e del potere imperiale.
Un giorno, mentre stava camminando lungo il fiume Cesano, incontrò un uomo vestito di stracci, con un volto segnato dalla fame ma con occhi pieni di luce. L’uomo si presentò come Cristoforo e gli parlò di un Dio unico, un Dio che prometteva amore e redenzione a chiunque decidesse di seguirlo. Verecondo, inizialmente scettico, si lasciò lentamente affascinare dalle parole dell’uomo. Cristoforo gli consegnò una pergamena con alcuni passi delle Scritture e gli promise che sarebbero stati fratelli nella fede, se mai avesse deciso di convertirsi.
Capitolo II – La conversione
Gli anni passarono, e Verecondo continuò a vivere come soldato al servizio di Roma. Ma ogni notte, quando il silenzio calava sul suo accampamento, il giovane leggeva e meditava quelle parole sacre. Fu durante una battaglia particolarmente cruenta che Verecondo decise di abbandonare la spada per abbracciare la fede cristiana. Dopo aver visto la devastazione e la sofferenza causate dalla guerra, capì che non poteva più servire un impero che si nutriva di sangue e violenza.
Una notte, lasciò l’accampamento senza fare rumore e si diresse verso la valle dove aveva incontrato Cristoforo. Lo trovò in una piccola comunità di cristiani nascosti, che lo accolsero con calore e lo battezzarono. Verecondo divenne presto una figura di riferimento per quella piccola comunità, non solo per la sua forza fisica, ma anche per la sua saggezza e la sua fede incrollabile.
Capitolo III – Il martirio
La pace di quella comunità non durò a lungo. Le autorità romane, sempre più sospettose nei confronti dei cristiani, iniziarono una serie di persecuzioni feroci. Verecondo fu catturato durante una celebrazione clandestina e portato davanti al prefetto della regione. Quando gli fu chiesto di rinnegare la sua fede, Verecondo si rifiutò, dichiarando con fermezza: “Il mio cuore appartiene a Dio, e non c’è potere umano che possa strapparmelo.”
La sua fermezza gli costò la vita. Dopo giorni di torture, Verecondo fu condannato a morte. La leggenda narra che, durante la sua esecuzione, il cielo si oscurò e un vento violento si abbatté sulla città, come se la natura stessa piangesse la perdita di un’anima così pura. I suoi compagni cristiani riuscirono a recuperare il suo corpo e lo seppellirono in un luogo segreto, dove sarebbe sorta, secoli dopo, l’abbazia che portava il suo nome.
Capitolo IV – L’abbazia
Nel X secolo, un gruppo di monaci decise di stabilirsi nella valle dove si diceva fossero custodite le reliquie di San Verecondo. La comunità crebbe rapidamente, attirando pellegrini da ogni angolo delle Marche e oltre. L’abbazia divenne un centro di spiritualità e cultura, con una biblioteca ricca di manoscritti e un laboratorio per la copiatura delle Scritture.
Nonostante le invasioni e le calamità che segnarono i secoli successivi, l’abbazia riuscì a sopravvivere, protetta – così si diceva – dalla mano invisibile di San Verecondo. Durante un’incursione dei barbari, i monaci raccontarono di aver visto una figura luminosa comparire sulla collina, spaventando gli invasori e salvando il monastero dalla distruzione.
Capitolo V – Il miracolo del grano
Un altro miracolo attribuito a San Verecondo risale al periodo della grande carestia che colpì le Marche nel XIII secolo. Si narra che i monaci, ormai a corto di provviste, si inginocchiarono davanti all’altare e pregarono il santo affinché li aiutasse. Il giorno successivo, una misteriosa carovana di carri pieni di grano apparve all’ingresso dell’abbazia. Nessuno seppe mai chi fossero quei generosi donatori, ma i monaci erano certi che fosse stata opera del loro santo protettore.
Capitolo VI – Arte e devozione
La figura di San Verecondo ispirò anche artisti e scrittori. Il Maestro di San Verecondo, un pittore anonimo del XV secolo, realizzò diverse opere dedicate al santo, tra cui un trittico dorato raffigurante la Madonna con il Bambino e i santi Agostino e Verecondo. Questo capolavoro, oggi conservato nella Pinacoteca di Fabriano, continua a incantare i visitatori con la sua bellezza e la sua spiritualità.
Ogni anno, il 22 ottobre, l’abbazia si riempie di fedeli per celebrare la festa del santo. Le celebrazioni includono una processione, canti e preghiere, e un grande banchetto in cui si condividono i prodotti della terra, in ricordo del miracolo del grano.
Capitolo VII – L’eredità
Oggi, l’Abbazia di San Verecondo rappresenta non solo un luogo di culto, ma anche un simbolo della resilienza e della fede delle comunità marchigiane. Le sue mura, impregnate di storia e spiritualità, offrono ai visitatori un rifugio dal caos del mondo moderno, un luogo dove è possibile riscoprire il senso profondo della vita e della fede.
San Verecondo, con il suo esempio di coraggio e devozione, continua a ispirare chiunque ascolti la sua storia. E mentre il vento soffia dolcemente tra le colline delle Marche, sembra portare con sé un sussurro: “Non temere, perché Dio è con te.”

Spirito e comunità
Un racconto sul pellegrinaggio fino all’Eremo di San Verecondo.